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De.licio.us

A' Putia (Gaetano Capuano)

antoniobellanca00it (03/07/2010 - 19:21)

Nella sua "putia" si legge, poesie. Ci si RI-trova, piacevolmente. Non manca il caffè, la stretta di mano cordiale il sorriso e la simpatia. Ed è anche bravo maestro acconciatore. Questo per dire che, quando l'ho conosciuto, mi serviva per smaltire la folta capigliatura nutrivo la cura del corpo per tramite della sua conoscenza. Oggi nutro lo spirito per tramite della sua amicizia. L'ultimo suo libro è una storia, anzi, una serie di storie che si svolgono all'interno della sua bottega. Scrive Nicola Gardini (Docente di letteratura italiana ad Oxford, redattore della rivista Poesia: "Assapurannu silezi è la terza silloge di versi di Gaetano Capuano [...] il dialetto è per lui recupero della tradizione, intendendo il termine nel senso del rifiuto della mutevole adesione alle mode storiche ed ideologiche. La tensione il poeta l'ottiene sopratutto quando la parola attinge una plurisemanticità tendente a sciogliere i nodi del confronto tra i limiti quotidiani dell'esistenza e la possiblità di allentarli nell'esperienza poetica" (p.55) Nun cridu ò malocchiu ma quannu mi sbalanzai ad accattari i mura dà putia nsammadiu! 'na cuppata di sali roussu u straminai maduna-maduna cà sarvu u tràficu di nittari '-terra... costa picca e nenti. Non credo al malocchio/ma quando mi sbilanciai/ a comperare i muri della bottega/ non sia mai Dio!/ una cartocciata di sale grosso/io sparpagliai tra le mattonelle/ chè tranne l'incombenza di nettare in terra/ costa poco e niente

Il ragazzo con la chitarra

antoniobellanca00it (02/06/2010 - 17:00)

Fa un caldo boia in questo periodo a Palermo ma devo necessariamente stare nel balcone ad attendere il "ragazzo con la chitarra". Mi ha detto che è in vendita l'ultimo dei Pink Floyd;  da stamane non si vede,  deve essere uscito e mi sa che è andato proprio a comprarlo. Dal quarto piano si domina tutta la via Filippo Di Giovanni e da qui sembra una di quelle piattaforme della polystil, con le macchinine che salgono, altre che scendono, gente che si affanna a fare la spesa da Bonura e chi, invece, in panne con la macchina va dal meccanico.


Passa Orazio, con la sua Laverda 1000. Chissà se mi porta a fare un giro dietro, anche se preferivo il rumore del fumoso due tempi del Ducati Scambler.
Ecco il Sergione (affettuosamente lo chiamo così il ragazzo con la chitarra perchè è grande, alto, molto più di me, ma in fin dei conti io ho solo nove anni) con la sua FIAT 126 color pannocchia. Ma sarà veramente lui? Da lontano l'adesivo rosso, benchè di gran dimensioni fissato all'interno della portiera destra non si vede. L'auto si ferma alla pompa di benzina API, scende, è lui, bene. Il tempo di parcheggiare proprio davanti al negozio di casalinghi ed io sono già giù: scendo di corsa le scale saltando i gradini a tre a tre; il piccolo ascensore rosso è troppo lento e mal si addice alla mia premura. "U' cavadduzzu"   contrariato dice Don Vincenzo, il custode, sentendomi saltellare per le scale. Non gli rispondo.

Nell'androne del portone incontro Sergione con un quadrato tutto nero sottobraccio. E' proprio Wish you were here.  Mi legge negli occhi mi dice "te lo presto, l'ho già ascoltato"; non ci posso credere. Appena acquistato e già me lo presta, permettendomi di sverginarlo con le mie mani: un disco nuovo è ricco di cariche elettrostatiche ed è estremamente delicato, la fiducia che Sergio ripone in me, un bambino, nel prestarmi i suoi dischi mi riempie di orgoglio, mi sembra di essere già cresciuto e di fare parte del mondo dei grandi. “E’ un disco che non piace subito, bisogna ascoltarlo più volte” mi avverte. Ma questo lo so già, lo sanno tutti i ragazzi che ascoltano questo tipo di musica che non può piacere subito ma l’avvertimento che Sergione mi ha appena fatto è una frase che va detta sempre e comunque, come una parola d’ordine o un segno d’intesa per qualcosa cha va condiviso con pochi  appassionati. Non è la prima volta che il grande amico mio mi presta i suoi dischi che con grande attenzione ascolto fin dal mio primo giradischi, un imponente Lesa a valvole. Il disco è bello, inizia lento ed ha dei bei arpeggi di chitarra, mi chiedo se rimarrà alla storia. Dopo il primo ascolto lo ripongo delicatamente nella sua copertina, non vorrei sciupare i successivi ascolti poiché ho deciso di impiegare la mia paghetta settimanale per acquistarlo; certo che 5000 lire per un disco non sono mica poche.

Sabato è ormai alle porte e papà mi accompagnerà in piazza San Francesco di Paola dal mio rivenditore di fiducia che non mi chiama mai “piccolo”  e che non mi rifila le odiose stampe italiane.

Antonello Bellanca

E' possibile leggere i commenti al racconto e vedere le immagini collegate, cliccando sul presente link che rimanda alla mia pagina su Facebook

Pubblicato su "specularmente IO"

 

Il pavone (Opus Avantra)

antoniobellanca00it (12/05/2010 - 18:15)

Per chi ha già avuto modo di apprezzare il video su you tube di Donatella Del Monaco "il pavone" nella performance live in Tokio, nel 2008, un ulteriore spunto di riflessione su questo splendido brano con l'opportunità di ascoltare la versione originale del 1975, caricato direttamente nel mio spazio web. La voce di Donatella è più chiara e il testo appare maggiormente comprensibile nella versione studio. Il languido attacco del piano con un timido flauto in sottofondo e la voce appena sussurrata introducono, come in una poesia, l'immagine metaforica delle troppe e inutili parole cosparse di pianto in un tempo governato dall'incomprensione, fintanto che il "pavone" non mostra le sue armi seduttive sfondando quella corazza che sino a poco prima sembrava impenetrabile. E nel terreno dell'intuizione la seduzione appare ancora più magica, nel suo occultarsi e mostrarsi magistralmente invita ad un timido approccio "nella gonna stropicciata" e nel deporre le armi della battaglia si suggella la vittoria amorosa.

Il pavone (D. Del Monaco, A. Tisocco) Folla di inutili parole scoppi di rimorsi senza senso gioco di allucinazioni ancora dove il tempo si è confusa insieme. Grido ma la voce non la sento occhi miei, almeno un pò di pianto. E il pavone lancia il suo richiamo la carrozza illuminata la coglie. Lieve irrealtà scoppio di lucidità, intuizione che il nuo giorno si apre in me. Amore cosa fai, io fremo ancora. La tua mano ora mi fa paura ma sorrido già, eccomi, sono qui, una donna ormai, questo tu lo sei una donna che non ha incertezza nella sua realtà. La tua mano mi accarezza appena siora la mia gonna stropicciata e mi guardi fisso dentro gli occhi che abbasso un pò per imbarazzo. E in fondo mi sento un pò mancare, il tuo sguardo mi si insinua nella mente leggi su di me questa mia fragilità sorridi perche sai che hai già vinto su di me.

* ascolta la versione live su you tube
* ascolta la versione originale

L'amico Francesco

antoniobellanca00it (25/02/2010 - 17:39)


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Francesco
(di Antonello Bellanca)
 
 
 
Credo di interpretare il desiderio di tutti nel chiamarlo confidenzialmente con il suo nome, Francesco. Ci rincuora e tiene compagnia da anni, indipendentemente dalle generazioni ed è entusiasmante scoprire che ancor’oggi esistono suoi ammiratori che oltrepassando il velo stereotipato del cantautore dalla voce monotona e dai versi anacronistici scoprono il poeta ma anche il menestrello che mostra la nostra condizione umana.
 
Francesco pone in musica la dimensione dell’uomo che vede davanti a sé il tempo passare inesorabile e  che sottrae ed aliena la normale aspirazione del sognare, repressa da una società che vorrebbe uniformare tutti per di più sottomessi ed uguali ad una macchina: “inizia presto all’alba, più tardi al pomeriggio, ma non c’è alcuna differenza, le ore che hai davanti son le stesse son tante, lo stesso stupore impone l’esistenza […] un giorno dopo l’altro ti accorgi che hai finito, la vita quotidiana ti ha tradito”. La condizione dell’uomo allocato in un tempo è un argomento caro a Francesco. Metaforicamente è l’immagine dell’uomo che si appresta, quotidianamente, ad affrontare una gara di velocità con il tempo, con l’amara consapevolezza che non potrà mai raggiungerlo: il tempo sovrasta tutto ed è impossibile dominarlo. All’uomo non resta altro che viverlo assecondandone il ritmo scadenzato e biologico, come saggiamente ci racconta nella canzone dei dodici mesi: “O giorni o mesi che, andate sempre via, sempre simili a voi è questa vita mia, diversa tutti gli anni ma tutti gli anni uguale, la mano dei tarocchi che non sai mai giocare”. Francesco canta dunque l’esistenza, un’estensione musicale dell’esser-CI hedeggeriano, mi verrebbe da sottolineare, ma non rinnega un rispettoso rispetto del passato nei confronti di chi ci ha preceduto, familiari e non, che han contribuito a spianare una strada fatta di memorie, aneddoti, storie da tramandare; come un albero che si innalza al cielo delle possibilità ci si dimentica, sovente, che esiste tutto un universo, sotto di noi, costruito da chi ci ha vissuto ed amato prima di noi e che costituiscono le sue radici: “la casa sul confine dei ricordi, la stessa come tu la sai, e tu ricerchi là le tue radici, se vuoi capire l’anima che hai”.
 
Il nostro comune amico interpreta i nostri sogni i più banali e sinceri, con i quali costruiamo il  quinto atto di una improbabile rappresentazione teatrale nella cui ribalta, finalmente, ci siamo noi, inquadrati da un “occhio di bue”, protagonisti di una fantasmagorica avventura nata solo da un semplice sorriso, in un comunissimo bar, di una qualunque stazione di servizio autostradale: “la ragazza dietro al banco mescolava, birra chiara e seven up”; un semplice sorriso di una barista dilata il tempo a dismisura dentro il quale il film sembra incantare e non avere fine. Francesco mette in musica e versi l’esistenza nel rapporto con la dimensione della città o dei paesi dove si è nati (piccola città bastardo posto) e canta di Bologna o anche di Venezia non solo come semplici agglomerati di case ma come contenitori di esistenze, grandi scrigni ai quali spesso ci si rivolge come se fossero delle persone: “Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare, la triste oppressione dei suoi giorni tristi Venezia la vende ai turisti”. Diviene palpabile il sentimento di tristezza di una città repressa dalla commercializzazione, perennemente mascherata a festa, costretta ad un forzato sorriso nella piena consapevolezza che un sorriso perpetuato nel tempo nasconde tutta la possibile tragicità del rovescio della medaglia pirandelliana. E che dire di Bologna “ una vecchia signora coi fianchi un po’ molli, Parigi in minore”:  lode a chi canta e rima in versi una città ispiratrice di sentimenti, che sia lo stesso Francesco oppure Baudelaire o Satre è solo un puro dettaglio: quello che si vuole evidenziare è l’assoluta necessità di considerare la condizione umana paritaria, nel rispetto del proprio simile.
 
Certo l’uomo aspira alla perfezione e per quanto desideri scappare dalla proprie condizioni cui riconosce l’inganno ma anche la codardia che spesso sopprime un coraggio talvolta inutile per un sistema sociale così complesso estremamente difficile da abbattere, il fuggire nascondendosi non è certo la soluzione migliore: “mi vuoi dire caro Sancho che dovrei tirarmi indietro perché il male e il potere hanno un aspetto così tetro?”
 
La domanda legittima che ognuno pone a sé stesso, sulla propria condizione e nel confronto con gli atri, sul senso dell’esistenza e di quanto l’uomo sia piccolo di fronte all’immenso infinito pone le basi ad una impellente esigenza che può nascere e coltivare con la solidarietà ma ancor prima nell’amore come base fertile per poter costruire qualcosa di solido. L’essenza dell’amore si concretizza negli occhi di due innamorati e si evolve grazie ad un determinato contesto e situazione. E sì, l’amore! Tutto il resto sembra diverso e nuovo e, mi piace ancora pensare, ricostruito: “lui e lei si incontrano ogni giorno, nel consueto vecchio posto mentre la città attorno sembra nuova”.
 
Un sincero ringraziamento a Francesco per esistere.
 
Di seguito i link attivi che vi indirizzano su you tube per ascoltare le canzoni menzionate nel testo:
 
1) Canzone della vita quotidiana
2) Radici
3) Autogrill
4) piccola città
5) Venezia
6) Bologna
7) Lui e lei
 
Antonello Bellanca
 
 
 
 
 
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Un comportamento (presunto anomalo) condiviso

antoniobellanca00it (14/02/2010 - 11:16)


Una delle principali paure e limitazioni dell'uomo, credo, sia quello di confessare certe passioni, certe emozioni, magari banali dal vago sapore adolescenziale. Mi ha meravigliato, e non poco, il fatto che noi eterni bambini ormai quarantenni godiamo di alcune passioni comuni che, a differenza di altre come lo sport, non vengono dichiaratamente confessate.

"l'mportante è che sia vera e non lussuosa" è il titolo di un servizio apparso su GQ a firma di Gary Inman. L'autore si riferisce alla macchina, ad una automobile che sia vera. L'autenticità del mezzo è data dall'odore della benzina e dell'olio bruciato, dai fumi di scarico che vengono diffusi nell'abitacolo, dal rumore assordante del motore ma sopratutto dal fatto che riesca a mettersi in moto. Non so se avete mai visto il film "Peggy Sue si è sposata". La protagonista (Kathleen Turner) anche lei 40 enne, si ritrova a vivere nel passato e risentire la voce della propria nonna, scomparsa da anni, al telefono. Ecco la sensazione di quando metti in moto un autoveicolo datato, ormai dato per morto e quindi poco curato, abbandonato, è qualcosa di speciale. Spesso sognavo di andare in box a riaccendere la mia prima vespa e di risentire il suo dolce fracasso assordante. L'amarezza del risveglio, nel prendere coscienza che lo scooter non esiste più..beh! potete immaginarla. guidate quel che avete [...] era una giornata bellissima d'inverno. Avevamo i finestrini aperti, per non finire asfissiati dai gas di scarico. Ero ancora in preda all'euforia perchè si era messa in moto e ho domandato a mio figlio se gli sarebbe piaciuto avere quell'auto da grande. Ha risposto "SI" con entusiasmo GQ, Febbraio 2010 Non possiedo la giusta obiettività per comprendere le motivazioni che mi spingono a conservare, venerandola, la mia prima auto, una 500 L. Probabilmente per avere ancora un aggancio nel passato o forse per distinguermi nel senso buono del termine. Benchè sia vero che nel passeggiare con lei nelle strade di Mlanonon passo sicuramente inosservato (curiosissimi i giapponesi quando ti fermano per scattare le foto) è un segno di distinzione nei confronti delle auto di oggi, tutte uguali nelle forme e nel colore, nel rumore e nelle sensazioni. Sì, sicuramente possiedono nella sicurezza il loro punto forte ma nell'apatico anonimato la filosofia del nuovo mezzo uccide le sensazioni e con esse quel mondo romantico e di passioni tanto caro all'essere umano.

Coinvolgimento mentale

antoniobellanca00it (17/01/2010 - 21:05)


Un vivo desiderio al blogger
(ad ampio spettro)
 
Ci sono persone
che con le loro parole
riescono a dipingere questo triste mondo.
Io non so disegnare e posso solo
suggerire la giusta colonna sonora
.
(Antonello)
Ricominciare presuppone qualcosa di reciso
ma con te non ho questa sensazione;
o meglio è la percezione di un legame
elastico e sottile
che unisce la mia anima alla tua
in un'attrazione ostacolata da un punto
dove inevitabilmente
subrentra un rigetto violento e burrascoso.
Il ritorno, dicevo elastico,
avviene lentamente,
cauto e precauzionale,
piacevole.
Mi chiedo se il piacere
nella sua forma sadica
si concretizzi proprio
in questo rapporto
di attrazione e repulsione.
Eppure si tratta solo di un magnetismo
fatto di immagini e parole.
Il divario, fra punto di scissione
e il lato più estremo del rigetto,
noto che si ridimensiona
sempre di più
allontanando attriti e ferite
tant'è che oggi nasce in me l'interrogativo
su cosa sia cambiato ma sopratutto CHI!
Purtroppo la mente non è come un videoregistratore,
capace di portare indietro avvenimenti cancellandoli,
rimane sempre qualche traccia ferrosa
che comunque ostacola
il naturale scorrere
di un rapporto sano ed empatico.
Di fronte al dubbio
se sia meglio un confronto aperto
oppure un lento, continuo ripristino,
rivolgo a te il desiderio,
assolutamente necessario,
di immergermi nelle tue parole,
quelle più languide e intriganti,
perchè io (come tutti e non più di tutti)
ho bisogno di un struggente coinvolgimento mentale.
Ma questo ti è già noto
come del resto che non chiedo altro.
Antonello Bellanca
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Alle origine della comunicazione virtuale

antoniobellanca00it (03/01/2010 - 12:27)


7351 a te
e a tutto il
QRA familiare.
Da dove moduli?
 
No, non sto dando i numeri, bensì delle sigle, note a chi ha praticato il mondo delle trasmissione tramite banda cittadina. Da sempre appassionato della tecnologia in gioventù mi dilettavo con lo strumento battezzato dagli appassionati "baracchino". L'antenna, montata su un traliccio di circa due metri, sulla cabina dell'ascensore dell’8° piano del palazzo dove abitavo, sovrastava quasi tutta Palermo, permettendo alle onde di navigare ad ampio raggio al di sopra del monte Pellegrino che vedevo davanti. Questo, amici miei, era il modo di comunicare quando ancora il computer esisteva ma solo per fare poco più che somme e differenze con delle capacità di ram, che oggi, fan sorridere. Ho amato sempre condividere e comunicare, dunque. Quali le differenze tra la comunicazione di ieri e di oggi? Oggi "pesano" le parole, scritte, ed è molto difficile dispiegarle con la dovuta attenzione. Nel mondo della comunicazione verbale via etere, invece, c'era la voce, calda, spesso notturna, e sopratutto il sorriso (le emoticons? Cos’erano?), benché solo percepito, si riusciva ad immaginarlo, segno evidente che l’empatia non si nutre di sola presenza fisica: la voce non poteva nascondere nulla. E con la comunicazione via radio ho conosciuto anche i primi amori: il baracchino era uno strumento favoloso per chi troppo timido, come me, non riusciva ad approcciarsi in maniera diretta; la parlantina non mi mancava, con le parole ho sempre avuto un buon rapporto, più che dialogico, retorico e affabulatore; faceva una presa notevole con le ragazzine della mia età. E dopo? L'incontro, ovvio. Con la mia vespa, impennata rompighiaccio davanti alla donzella e, una volta caricata, via di volata verso il lido di Mondello. Nostalgico, dici? Fortunato, sostengo!

Una compilation per te

antoniobellanca00it (25/12/2009 - 20:32)


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Un sano ripercorrere del passato non può far male. Serve per fissare i momenti indimenticabili, ricordare da dove si è partiti ma, anche, per gustare meglio il presente.



Mi è stata posta una domanda apparentemente bislacca ma non priva di fondamento. Il perchè si trovi piacere nel condividere brani musicali e nel mio caso specifico per quale motivo trovo così stimolante mettere insieme dei brani da "regalare" in forma di compilation, sempre diverse, adatte per ogni occasione, dedicate specificatamente ad una persona.
 
La compilation nasce negli anni '80 come insieme di pezzi mixati da parte di grandi DJ utili, nelle feste adolescenziali, da far andare senza interruzione. Ogni brano veniva sapientemente miscelato tant'è che talvolta era difficile distinguere quando finiva un brano e ne iniziava un altro.
 
I miei amici di infanzia ben conoscono la mia passione per la musica, per il collezionismo, l' HIFI e sopratutto la voglia di regalare compilation. Oggi questa pratica non è più così rilevante e particolare. I giovani si scambiano i brani con estrema facilità e in assoluta mobilità per mezzo di svariati dispositivi multimediali portatili: sul tram a scuola, per e-mail. Ma non so se, ancora, si arrivi a perpetuare il "dono" della compilation la quale non deve essere necessariamente dedicata alla persona da conquistare o da amare: compilation ad hoc potevano essere fatte anche per un amico, un segno (quasi) indelebile di rispetto e gratitudine.
 
Negli anni '80 per fare una compilation bisognava avere, almeno, un minimo di conoscenza musicale del patrimonio rock (possibilmente melodico) anni'80, riflettere anzitempo circa l'apprezzamento della successione dei brani da parte di chi l'avrebbe ricevuta, accorpare i brani che musicalmente potevano avere una qualche attinenza armonica e/o di accordi ed un minimo di attrezzatura: la piastra di registrazione, un piatto e il materiale (i vinili) che a differenza di oggi era abbastanza difficile venirne in possesso. Non esisteva la condivisione file sharing e i dischi costavano (almeno per le esigue mie tasche).
 
Talvolta la compilation era anche un mezzo per farsi conoscere ed apprezzare all'interno di un gruppo-comitiva. Se qualcuno ti chiedeva "mi fai una cassetta?" era fatta!! Ci si poteva considerare ben accetti e graditi all'interno del gruppo e immancabilmente arrivavano gli inviti a partecipare a feste di compleanno certi del gusto e della scelta musicale.
 
I supporti, lo dico per i più giovani che forse non le conoscono, erano rappresentati dalle cassette (i nastri mc7) e a seconda del destinatario era possibile personalizzarle con scritte o colori vivaci, qualora la cassetta non fosse stata già sufficientemente variopinta. Si diceva che il supporto non avrebbe resistito al tempo e che, inevitabilmente, si sarebbe smagnetizzata portandosi con sè tutti i ricordi.
 
Sappiamo che non è così. I nostalgici come me avranno trovato sicuramente qualche cassetta deposta nello scrigno dei ricordi e nel riascoltarla, magari in totale solitudine, si son ritrovati a dispiegare scuse improbabili, come quella di aver contratto un improvviso raffreddore, per giustificare le lacrime copiose cariche di ricordi.
 
Personalmente, riascoltando una compilation, ho riscoperto non solo i ricordi ma anche gli odori tant'è che la mia presunzione pseudo-narrativa mi ha spinto a scrivere un breve racconto, tanta è stata l'emozione.
 
La magia della compilation è invece tracciata con grande maestria nel romanzo "alta fedeltà" di Nick Hornby e nell'omonimo film interpretato dal simpatico John Cusak.
 
Un consiglio? Andate a ripescare le vostre compilation, può anche darsi che sopra ci sia segnata anche la data...^_*
 

Antonello 25/12/2009

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anima latina

antoniobellanca00it (12/12/2009 - 17:58)


 

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Tra il mondo reale e quello virtuale
Speranze riversate nel mondo virtuale e produzioni fantasmagoriche veicolate dalle parole di Mogol e dal canto di Battisti nel capolavoro “Anima latina”
                             di Antonello Bellanca
 
 
E’ l’album più criptico di Lucio. Volutamente più sussurrato, da decodificare, il miglior esempio di “disco da meditazione” come il buon vino la cui analogia non si ferma solo nell’attenta riflessione che richiede ma anche nel processo di invecchiamento: il tempo lo migliora e appare, in ogni momento, attualissimo nel contesto cui viene ascoltato, mostrando tutta la valenza nella praxis filosofica.
 
Nel 1974, quando il disco vide la luce, avevo appena nove anni benché attratto, da giovanissimo appassionato del progressive, dalle sonorità incantevoli non ne riuscivo a capire il senso del discorso narrativo anche perchè, come scritto sopra, le parole in alcune tratti del disco appaiono, volutamente, velate e criptate. Solo in tempi abbastanza recenti, pressappoco nell’anno 2000, insieme al nascente interesse per i social network appena nati, ho ri-scoperto un’altra faccia di questo splendido Lp trovando diversi punti di contatto con l’identità digitale dell’utente virtuale.
 
Apre il disco una sorta di cantilena “abbracciala, abbracciati, abbracciali”. Il riferimento al virtuale è quasi scontato: la quantità di abbracci da regalare e sperare di ricevere, perché anche se virtuali, immateriali, posseggono in sé tutta la forza consolatrice di cui ogni essere umano necessita come uomo sociale. Abbracci sempre meno manifesti nella vita reale si dispiegano con uguale intensità e valore, nella vita virtuale.
 
(1) “A che punto ero? Forse la psicologia, può spiegare questi strani vuoti della mente mia, ora ricordo parlavo di follia e del grande amore, grande bugia, che ne pensi, dimmi, di un uomo tanto stupido da crederti sua, portiamo a termina la nostra fatica? Allontaniamoci da soli”
 
I primi approcci nel mondo del virtuale, ritengo, nascondevano dietro la scusante della conoscenza condivisa l’intento di fare nuove conoscenze. Nel normale menage quotidiano familiare si perde sempre qualcosa: intimità, amicizia, la passione che lascia il terreno alla apatica quotidianità. Il sogno svanisce trasformandosi in apatiche bollette da pagare, figli da accudire, preoccupazioni incombenti. Ed ecco che lo spazio virtuale si mostra, ai suoi esordi, come la via di fuga “indolore”, nel più totale anonimato, per sconfiggere il demone dell’apatia e magari per ritrovare un po’ di linfa vitale nella passione ormai assopita.
 
-          (2) l’universo che respira e sospinge la tua sfera e la luce che ti sfiora, cosa vuoi?
-          Voglio te, una vita, far l’amore nelle vigne, cade l’acqua ma non mi spegne, voglio te…mio per sempre.
 
La promessa di un amore eterno non si riesca a concepire al suo nascere. Come si fa a promettere qualcosa di eterno se poi, nel frattempo, si interrompe? Qua la riflessione apre due ben distinti spazi. Il primo sembra rivolto dall’interprete (o protagonista della sfera virtuale) alla propria consorte: “tu non cambi mai, un braccio che altro vuoi, l’amore è qualcosa di più del vino e del sesso che dai, sarei una cosa tua da femmina latina a donna americana…la mia mente è una vela tua verso l’altra gente…” E’ il tema, a mio avviso, dell’oppressiva gelosia, del momento di sesso “donato” (come dovere) per legare indissolubilmente (secondo legame come il matrimonio). In altre parole dal punto di vista di lui esiste una sorta di disparità fra ciò a cui egli aspira, come bambino mai cresciuto eternamente da coccolare ed irrimediabilmente incompreso) e ciò che ottiene: un momento di sesso donato, che dovrebbe compensare e che dovrebbe bastare ed avanzare. L’altro spazio di riflessione lascia il campo all’eterno amore tanto ricercato, appunto illusorio ed eterno, trovato nei meandri del web. L’illusorio, qui, non è da intendere, ovviamente, al probabile incontro nel virtuale (peraltro possibile) ma al concetto di eternità. (XXX). Questa secondo spazio di riflessione trova fondamento nel proseguo di “due mondi” dove risulta evidente la ricerca spasmodica dell’eterno amore: “oltre il monte, c’è un gran ponte, una terra senza serra, dove i frutti son di tutti, non lo sai”?
 
(3) “Anonima la casa, anonima la gente, anonimo anch’io. I frutti nel giardino e i panni nel catino. C’era lei e cos’altro ancora, nascosto il quel fosso, complice il sesso, a misurasi e masturbarsi un po’…”
 
Con il terzo brano, si entra in palese antinomia sull’idea di anonimato, paradossalmente rivelato all’interno delle mura domestiche oppure all’esterno, in quel grande spazio virtuale che è il web. Renzo Stefanel, autore di una interessantissima nota su Anima Latina, descrive il passo sopracitato come “un racconto vergognoso inconfessabile” (p.127, no reply). Lo stesso tema si riscontra ne “il salame” l’ottavo brano del disco dove l’immaginazione adolescenziale lascia il posto alla prima esperienza sessuale; una pagina musicale ironica che fa scattare, inevitabilmente, un sorriso per l’ingenuità del ricordo.
 
(4) “La speranza spezzata è la sua eredità, fallimento di una vita di coraggio e di viltà. Troverai sul cammino fango e corruzione. E la voglia tu avrai di sdraiarti al suolo per guardare in un film i colombi in volo”
 
La parte poetica e magica di Anima Latina emerge già nel quarto brano, ne “gli uomini celesti”. Credo si riferisca agli uomini poetici, quelli sensibili la cui nevrosi è dovuta all’impossibilità di esprimere il loro potente motore emotivo e qualora riuscissero a farlo si devono scontrare, spesso, con diverse interpretazioni dei fruitori del messaggio artistico creando inevitabili frustrazioni. L’uomo celeste, il poeta, l’animo sensibile è combattuto per il normale desiderio di scrivere un libro sapendo bene che emergere da un contesto affollatissimo e competitivo è estremamente arduo ipotizzando, in tal senso, una produzione “come libero autore” dove la libertà segna il riscatto di un pensiero che riesce, finalmente, a dispiegarsi senza alcuna costrizione potendo raggiungere “orizzonti più vasti” come sublimi vette poetiche.
 
(7) “scende ruzzolando, dai tetti di lamiera, indugiando sulla scritta –bevi coca cola- scende dai presepi vivi appena giunge sera, quando musica e miseria diventa cosa sola. La gioia della vita, la vita dentro agli occhi dei bambini, denutriti, allegramente malvestiti, che nessun detersivo potente può aver veramente sbiadito”.
 
Personalmente ritengo che il settimo brano che dà il titolo all’album, Anima Latina, ha poco a che fare con tutto il contesto. Per una sorta di continuità con il precedente “il mio caro angelo” forse Lucio ha voluto mostrare l’aspetto primordiale ed originario dell’uomo, il vivere secondo libertà, da pregiudizi e da preconcetti. La sporcizia sui vestiti non è semplice lordura bensì un segno da mostrare con estremo orgoglio di essere unici, liberi appunto e che nulla può (e deve) scalfire (sbiadire) questo modo di essere.
 
L’alta vetta poetica del disco si raggiunge, invece, con “macchina del tempo” il decimo brano. Il tema è quello della depressione, del suicidio, del scappare da questo mondo per rifugiarsi in un ipotetico altro…già peccato che il ritorno non è assicurato e che comunque rimane un’esperienza che non si può raccontare. Però questo passaggio nell’eden è possibile idealizzarlo sognarlo secondo un poetico pensiero. Magistralmente la poesia di Mogol, veicolata dalla voce del grande Lucio, ci portano verso questo ipotetico mondo senza però prima aver indossato un “mantello alato”.
 
“Io disperato con un mantello alato sopra un monte corro
e a braccia aperte ed occhi chiusi gettandomi come posso mi soccorro,
vedrò tra il grano i fiordalisi dall’acqua i risi.
D’amor la terra è pregna, anche se gramigna,
il seme..il seme ha..l’esclusività.
E certamente parleranno di sindrome depressiva
o più semplicemente diranno che è morto un altro matto…”
 
In questa produzione fantasmagorica esiste però l’amarezza, sia nel reale che nel virtuale, che l’estremo gesto non sia capito per quello che è, ovvero come oppressione e repressione in un mondo sempre più stretto contaminato da ogni sorta di angheria e cattiveria e che il suicida era un represso afflitto da sindrome depressiva. In poche parole “è morto un altro matto…
 
La stessa amarezza si riscontra nell’ultimo brano, separazione naturale, che presenta quasi una stonatura nel contesto narrativo, con la presa di coscienza che, forse, non serve a nulla combattere contro i mulini a vento e che riuscendo a convivere con la propria situazione il confine tra reale e virtuale si assottiglia e probabilmente anche la nevrosi che affligge l’uomo.
 
“Se ne andrà molto presto, qualche frutto darà forse ancora, generosa talvolta com’è la natura, ma se avessi il tempo per amarti un po’ di più…”
 
Oggi, gran parte delle considerazioni scritte appaiono scontate o fuori luogo dato che non esiste più l’anonimato nel web e che potenziali espressioni artistiche è possibili trasmetterle in diversi modi data l’enorme versatilità dei nuovi media e in particolar modo di quel grande aggregatore e social network che è Facebook. Ciò non toglie, comunque, che si tratta  di una grande fase della possibilità quella offerta dal mondo virtuale di sperimentare, ovvero, altre dimensioni di realizzazione del proprio sé e di particolari esperienze.
 
In rete è possibile ascoltare un audio messaggio dedicato al brano “macchina del tempo”. Lo puoi ascoltare cliccando qui.
 
 
Antonello Bellanca
(12/12/2009)
 
Riferimenti e sitografia:
 
1)    R. Stefanel: Anima Latina, 2009, No reply.
2)    A. Bellanca: riflessioni su “macchina del tempo”, audio messaggio su: http://www.antoniobellanca.it/areadownload/time_machine.wav
3)    A. Bellanca, sull’uccisione del proprio blog: “oppressione da weblog” su: http://antoniobellanca00it.blog.dada.net/post/1207005829/Oppressione+da+weblog#more
4)    A. Bellanca, sul paradosso di dichiarare eterno un amore appena iniziato: “l’insensatezza di parlare di amore, al suo esordio, come eterno”, su: http://antoniobellanca00it.blog.dada.net/post/1207005829/Oppressione+da+weblog#more
 

I'll look around

antoniobellanca00it (10/12/2009 - 19:36)


Guardarsi attorno,
alla ricerca di una cornice esistenziale
da apporre al proprio sè



Ci sono brani che sembrano scritti per un solo interprete quasi come un vestito confezionato su misura: indossato da un altro sfigurerebbe. E così mi viene difficile pensare qualcuno, oltre alla Lady, che possa riuscire a cantare I'll Look around con la medesima emozione ed intensità. Si, perchè non si tratta di un semplice gorgheggio ma il sentire dentro il vero significato di ciò che si certa attorno a se. E' quasi un processo di osmosi tra l'emozione interiore, preponderante e scalpitante, che cerca di manifestarsi con la voce e la sua realizzazione all'esterno su ciò che ognuno cerca intorno, come giusta cornice della propria esistenza. Il brano, del 1947 (decca 239547), è uno di quelli che sembra aver fatto il patto con il diavolo, perchè non appare mai datato neppure nell'ascoltarlo nel suo fragile supporto originale a 78 giri. Non esiste fruscio o vinile deteriorato dal tempo che possa scalfire l'emotività trasmessa dalla Holiday. E' un continuo rimando all'eterna insoddisfazione della condizione umana nella ricerca affannosa di un sorriso e di quell'amore tanto ricercato. Nel mondo del magico e dell'immaginario mi piace pensare che I'll look around sia un bella signora, gelosissima e legatissima al proprio consorte che ha perso e che, eternamente addolorata, non permetta a nessuno di avvicinarsi per consolare il proprio cuore; o forse è anche un pò snob nello scegliere chi deve gorgheggiare i suoii versi: sa di non essere per tutti. In tempi recenti ha tentato di riaprire il proprio cuore nella mai confessata speranza di essere riamata affidando il compito alla Madeleine Peyroux. Ma non tentate di farle confessare che senza amore è impossibile vivere. Non lo ammetterà mai. Antonello Bellanca (10/12/2009)

1) I'll Look around (Billie Holiday)

2)I'll look around (M.Peyroux - fonte you tube)

 

 

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Diffido dalle persone che si definiscono normali

antoniobellanca00it (20/11/2009 - 23:36)


Più vivo più gli esseri umani più mi sembrano affascinanti e per me pieni di interesse. Stolti o intelligenti meschini o quasi santi, diversamente infelici, tutti sono cari al mio cuore. Mi sembra di non capirli adeguatamente e la mia anima è piena di inesauribile interesse per loro. Molti li conobbi e sono morti; temo che a eccezione di me nessuno vi sia che narrerà la loro storia e come a me piacerebbe fare e non oso. Sarà come se quegli uomini non fossero mai esistiti sulla terra...le persone che amo di più sono quelle non del tutto realizzate, quelle non molto sagge, un pò pazze e possedute. Le persone che hanno una mente sensata destano in me poco interesse. L'uomo realizzato, quello perfetto, non mi attira. Un uomo un pò bizzarro, non solo mi è più gradito; egli è assolutamente più plausibile più in armonia con il tono generale della vita, un fenomeno ancora insondato e fantastico che lo rende al tempo stesso così oscuratamente attraente.

Maksim Gorkij: "due storie"

Ciao Maschio

antoniobellanca00it (18/11/2009 - 20:42)


Una volta che eri mio
non potevo più tollerarti
una volta in cui eri mio
non ho potuto che abbattere
la solidarietà che tanto
ci aveva uniti
.
(V. Parrella, Ciao Maschio, Bompiani
ISBN 978-88-452-6390-3)

 

 

"Versi scritti con tono altissimo". Così inizia l'intervista di Lella Costa all'autrice. Nella breve scrittura di Valeria Parrella un dialogo, sincopato, asciutto, diretto sulla dinamica esistente fra uomo e donna, come possibili innamorati; lei che accetta e condivide il mondo di lui, prima del legame sentimentale come potenzialità e come credenziali del maschio che sta per amare e che dopo, inevitabilmente, si depaupera nella più  totale indifferenza. E non è una condizione relativa ad uno specifico legame è proprio una lucido (e da me condiviso) stato verso tutto il genere maschile.